No. Non siamo d’accordo. Ne avevano già parlato i telegiornali riproponendo le immagini dei parlamentari (e dello stesso ex premier Berlusconi) in atteggiamenti, diciamo, singolari. Addormentati, intenti a smanettare sulle “tavolette” elettroniche, o a scrivere appunti con messaggi più o meno criptici.
Immagini che erano state legittimamente riprese (a nostro parere non “rubate”) dai fotoreporter accreditati a Palazzo Montecitorio, dalla apposita postazione fissa. Secondo quanto è stato preliminarmente indicato, come riportato da un virgolettato del Messaggero (24 novembre 2011, pagina 4) i fotografi accreditati si dovranno impegnare «a non utilizzare gli strumenti di ripresa fotografica visiva per cogliere gli atti o i comportamenti dei deputati e dei membri del governo presenti nell’aula, normalmente non rilevabili se non tramite l’utilizzo di particolari strumenti tecnologici, ove, non risultando essenziali per l’informazione sullo svolgimento dei lavori parlamentari si risolvano in un trattamento di dati personali non consentito con conseguente violazione della privacy » . Il quotidiano non riporta la fonte di questo monito che dal contesto dell’articolo sembra riconducibile all’ufficio di presidenza della Camera.
Conseguenza: i fotoreporter dovranno costituirsi in associazione mirata, darsi un codice di autoregolamentazione e prepararsi al ritiro dell’accredito nel momento in cui dovessero riprendere e divulgare legittimamente, che dire, la fotografia di Berlusconi che annota su un foglio di carta la parola “traditori”, zuffe e discussioni non proprio consone all’ austerità istituzionale del luogo o, per andare indietro di pochissimi anni, l’immagine del deputato che sputa tout-court sul suo collega.
La democrazia, almeno per quanto concerne il riconoscimento della libera espressione del pensiero con qualsiasi mezzo (art. 21 della Costituzione) sta per prendere un’altra mazzata. Partiamo dall’inizio: la Camera dei Deputati, pur prevedendo la possibilità del pubblico di accedervi per assistere alle sedute dell’assemblea, è un luogo “aperto al pubblico” dal momento che viene richiesto al visitatore un documento e un lasso di tempo prima di consentire l’ingresso. Lasso di tempo nel quale, si presume, vengono assunte informazioni per motivi di sicurezza. Ma non è assolutamente un luogo privato.
Ora quanto contenuto nel “virgolettato” richiamato, è un evidente, opinabile mix tra la legge n.98/1974 (art. 615bis Codice Penale, in vigore) che vieta e sanziona le interferenze illecite nella vita privata (prevedendo in esse anche le riprese fotografiche, e le previsioni del Dlgs 196/2003 che richiama l’immagine fotografica… per via indotta.
Per questo, quanto previsto nei confronti dei fotoreporter in questa fase, sia pure propedeutica, non ci trova assolutamente d’accordo. Non si tratta soltanto di un ulteriore “attentato” alla libertà di stampa, ma anche alla sacrosanta circolazione del libero pensiero.
Né si vede infatti perché il cittadino-elettore, che non è tale part-time, non debba essere informato sul comportamento di chi rappresenta l’elettorato per trarne le opportune deduzioni; e neppure perché i parlamentari, sotto l’aspetto comportamentale, debbano essere considerati “legibus soluti”. Dimenticavo. La Casta.
© Gianfranco Arciero
Esperto e docente di legislazione fotografica
www.gianfranco-arciero.it
www.centrostudiricerche.it