Amore, tra realtà e idealizzazione letteraria Cultura

Amore, tra realtà e idealizzazione letteraria
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Il mito di Cupido si tramanda da secoli tra storie di uomini e popoli: un sentimento che si incrocia con il nostro destino e si evolve: oggi cos’è esattamente?

Amore, tra realtà e idealizzazione letteraria 3

il mito dell’amore

Le attività umane , certamente, offrono un vasto panorama di interessi nel quale le valutazioni soggettive comportamentali difficilmente rientrano in ambiti classificabili oggettivamente, a causa di implicazioni sociali e culturali riccamente variegate.

Inevitabilmente, però, l’uomo socializza sempre col suo simile instaurando una trama di corrispondenze, sicuramente biunivoche, che però si diversifica soprattutto nel rapporto tra i sessi.

Sembra strano, e sicuramente non lo è, ma a qualsiasi latitudine della terra la parola amore evoca delle suggestioni idilliache che annebbiano la mente degli uomini, trasportandola in una dimensione che stride con la realtà della quotidianità. E’ un sentimento che si svolge nel tempo o un oblio momentaneo fatto solo di sensazioni?

E’ difficile rispondere a questa domanda , ma non è impossibile cercare di dare una connotazione, se non empirica, bensì accettabile al fenomeno amore.

Tutti i secoli della storia umana hanno avuto degli eccellenti narratori delle miriadi di storie d’amore, tristi o felici, che hanno avuto come protagonista il mito di Cupido. Proprio lui, il dio dell’amore sovrintendeva alle relazioni amorose nella mitologia classica che, a ragion veduta, annoverava questo pseudo sentimento tra i favori che gli dei facevano quotidianamente agli uomini, incapaci a causa della loro materialità, di una si tanta elevazione morale.

Tale elevazione fu analizzata attentamente, ma non approfonditamente, anche da una vasta schiera di filosofi, che però si trovò a combattere dialetticamente con i teologi che ben vedevano l’accostamento della dialettica amorosa con l’elevazione a Dio. Eppure per amore si sono combattute guerre cruente, si sono disfatti imperi e qualche re ha persino perso il trono, ci si è elevati tantissimo a Dio nella sua visione più pura come anche si è arrivati pure a negarlo.

Dante Alighieri respira a piene mani questo sentimento restandone invaghito perennemente nel suo animo. Il suo amore per Beatrice attraversa la materialità della pochezza umana e si innalza assolutamente verso l’empireo sublime. Ma se la purezza di Beatrice ha un fine idilliaco, possiamo trovare una goccia di idillio anche nel rapporto tra Paolo e Francesca anime dannate che Dante incontra nel V° canto dell’Inferno. In una bolgia di terrore, dove la speranza di un incontro con l’amore eterno è assolutamente negata, l’amore tra le due anime resiste imperituro e si nutre unicamente di se stesso alimentandosi di compassione e pietà. Dante ne è provato e ci spinge inequivocabilmente a provare pietà verso i due “poveri amanti dannati” vittime e artefici del loro triste destino.

Non possiamo negare che un sentimento di pietà ispiri gli autori nel descrivere le più belle storie d’amore di ogni tempo. E così Shakespeare s’innamora della storia veronese di Romeo e Giulietta e la rende eterna nella sua tragicità, così come Puccini incontra la tragedia di Tosca e Cavaradossi tra le arie di un’opera. Quante volte avremmo voluto cambiare quei finali e liberare i protagonisti dal freddo e puntuale abbraccio della morte che taglia la speranza e rende quei miseri corpi inerti abbandonati dentro un triste sacello . “Vero è ben Pindemonte anche la speme ,ultima dea, fugge i sepolcri” afferma Ugo Foscolo tingendo di fosche tinte le sue passioni davanti la chiesa di Santa Croce a Firenze.

Potremmo accettare una tal visione ma d’istinto siamo portati dalla nostra “pietas” a rifiutarla perché il nostro cuore è spinto alla gioia, quasi atavicamente, senza che le spinte pessimiste possano minimamente impedirci dal marciare spediti verso la ricerca della gioia in amore.

Nell’ottocento il Romanticismo stimolo’ tantissimo i poeti verso questa visione, quasi carismatica, che però ebbe solo uno sfogo letterario e d’elite nella società di quel tempo. Le due guerre mondiali e la rinascita ideologica del dopoguerra porteranno negli anni sessanta i “figli dei fiori” verso l’amore libero dell’isola di Wight lontano dalla guerra del Vietnam e dalle convenzioni sociali.

Il pop s’impossesserà dello scettro dell’amore e lo canterà in tutte le sue forme, anche le più audaci, senza rinunciare mai alla convinzione che “All we need is love” come cantavano i mitici Beatles nei loro indimenticati concerti. E adesso a che punto siamo?

Siamo quelli che siamo e come siamo sempre stati, forse con meno convenzioni, ma fondamentalmente simili a Paride e a Elena di Omerica memoria.

L’amore si evolve ma è sempre fine a se stesso e sicuramente la sua lucida follia ha un chè di soprannaturale e immutabile che sempre si adatterà al destino degli uomini. Sicuramente sempre ci asseconderà e sarà compagno delle nostre scelte nel lungo scorrere dei secoli, fino a che l’uomo saprà riconoscerlo.


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