Il Nazifascismo riemerge dalle fogne della Storia – Capitolo 1/ Grecia

Il Nazifascismo riemerge dalle fogne della Storia - Capitolo 1/ Grecia.

“La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché il nazifascismo mai più risorga”

Lapide commemorativa, cimitero di Casaglia

LA GRECIA E ALBA DORATA – Immaginate di essere partigiani, di aver lottato e vinto – pagando prezzi altissimi – perché l’orrore nazifascista abbandonasse le terre d’Europa e facesse gradito ritorno nelle fogne che lo avevano rigurgitato. Immaginate, ad esempio, di essere Manolis Glezos, partigiano greco, classe 1922; un uomo che – a sedici anni – si è arrampicato sull’Acropoli di Atene per strappare il vessillo nazista e sostituirlo con la bandiera greca: il primo grande gesto di resistenza, un gesto che ispirò l’intero continente. Glezos fu incarcerato e torturato per quel che aveva fatto, ma lottò ancora contro la dittatura fascista dei Colonnelli e – oggi – è tra i più attivi resistenti contro gli opportunismi speculativi che si stanno abbattendo sulla penisola ellenica. Immaginate ora di aver dovuto far l’orecchio a settant’anni di retorica – prestando anche la vostra voce a quella retorica: settant’anni scanditi dai mantra del mai più Auschwitz o del categorico mai più guerra o del poetico per non dimenticare. E immaginate, ora, di veder seduti tra i parlamentari diciotto neonazisti (eletti dal popolo, certo, ma pur sempre nazisti) grazie alla cui presenza in parlamento  Alba Dorata potrà crescere e prosperare nell’impunità.

Sono già così lontani i ricordi di corpi ammassati l’uno sull’altro come fossero rami secchi? Sono già così lontane le immagini di soldati che picchiano e uccidono bambini frantumando i loro crani sul primo muro disponibile? Solo settant’anni fa, ce ne andavamo in giro con gli occhi gonfi di pena e la vergogna che toglieva il fiato a vergare lapidi e lastre di marmo con la sacra promessa del “mai più”. Ancora oggi celebriamo la giornata della memoria, giornata dell’ipocrisia che – sempre più – assume i contorni della giornata della memoria passata e dell’oblio presente. Di quel che fu ricordiamo ogni cosa, ma preferiamo fingere di non vedere (come la maggior parte dei nostri avi fece a suo tempo); di non riconoscere il germe nazifascista nel presente. Nessuno vede, nessuno sa. E guai a suggerire che – in alcuni casi – le vittime di un tempo hanno assunto le fattezze dei carnefici. Per chiunque azzardi simili paralleli c’è già pronta l’etichetta di antisemita o – nel migliore dei casi – il ritornello che recita “ma perché non guardate cosa accade in Siria”?

Eppure il nazifascismo non ha nulla di subdolo: è sfacciato e spavaldo, tracotante e violento. Il fuhrer di Alba Dorata, Nicos Mihaloliakos, nei giorni scorsi è arrivato ad affermare: “Riprenderemo Istanbul, Smirne e il Mar Nero” e poi – con grande nonchalance ha chiarito una volta e per sempre: “‘Sì, siamo nazionalisti e razzisti. Non lo nascondiamo”. Com’è possibile non accorgersi del suo avanzare? Il nazifascismo ritorna. E la colpa è delle donne e degli uomini che hanno alimentato un sistema figlio del compra-consuma-crepa senza chiedersi su quali teste stavano consumando, in quale sangue intingevano il pane. Cosa si aspettavano? Che gli eterni sfruttati sarebbero rimasti a morire di guerra e di fame nei loro paesi? Che sarebbero rimasti lì, a tacere: mai liberi di autodeterminarsi, costantemente minacciati da violente esportazioni di democrazia, relegati a ruota di scorta dell’occidente, vessati da profondissime diseguaglianze sociali? Non era forse immaginabile  che – prima o poi – qualcuno sarebbe stato costretto a cercare una nuova casa, magari colma delle dorate opportunità, del lusso, delle comodità che il sistema liberista “offre”?

La colpa è di governanti corrotti e incapaci che non conoscono altro sistema politico che non sia quello clientelare e che non hanno fatto nulla per impedire che l’orrore tornasse; la colpa è di coloro che tanto amano riempirsi la bocca di parole come: “alto rischio di conflitto sociale”. Ma parlano dei pensionati, disoccupati, studenti e disperati che – dopo l’ennesima stangata – potrebbero scendere in piazza a rivendicare la propria dignità, e non del “conflitto sociale” che si esprime nella violenza, nella discriminazione, nella caccia al migrante. In questo caso, anzi, avallano la xenofobia, puntano il dito contro il solito capro espiatorio sperando il popolo sia così preso dal pestare l’anello debole della catena da dimenticare che le responsabilità abitano altrove.

Il nazifascismo è figlio della fame e della paura, e chi si ostina a perpetrare folli politiche neo-liberiste è complice, perché sa perfettamente cosa accade quando si spezza la sottilissima corda del conflitto sociale. Lo sa perché lo ha visto accadere, ancora e ancora, ma lo considera un tollerabile quanto necessario danno collaterale. Intanto si moltiplicano esponenzialmente le aggressioni ai danni dei migranti, la collaborazione delle forze di polizia nella mattanza è  quasi sfacciata, i dati diffusi sulla percentuale di consensi che Alba Dorata ha conquistato tra i poliziotti è inquietante (si parla del 50% dei voti). Persino Amnesty International ha denunciato i frequenti abusi di potere, le torture e le violenze che caratterizzano l’operato delle forze di polizie coinvolte nella repressione delle manifestazioni di piazza. Il fenomeno è quasi fuori controllo. Alba Dorata apre negozi low cost per “purosangue greci”, continua i suoi pogrom al Pireo, ad Attiki, parliamo di pestaggi selvaggi, perpetrati spesso alla luce del sole, ogni giorno, spedizioni punitive volte a far capire ai migranti che chi non ha “sangue greco” chi non è greco “di razza e di etnia” non merita di calpestare il suolo ellenico. Alba Dorata siede sugli scranni del parlamento, i suoi esponenti hanno l’agio di picchiare colleghe in diretta TV, sparire e poi ripresentarsi per sporgere denuncia (non si sa bene in nome di cosa). Credere che basti rifiutarsi di conferire a un neonazista la carica di vicepresidente della Camera (come in teoria gli spetterebbe) per dirsi resistenti è da idioti, folli, irresponsabili. Ma soprattutto, è uno sputo in pieno viso a tutti quanti hanno perso la vita (o erano pronti a farlo) in nome di quel vuoto e quantomai doloroso: mai più.