Sì, è necessario parlare di Stefano Cucchi Film & TV

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Sì, è necessario parlare di Stefano Cucchi
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Sì, è necessario parlare di Stefano Cucchi.

La voce di Ilaria Cucchi è sempre sull’orlo della rottura, gli occhi sono lucidi e non smettono mai di brillare, andando, a tratti, oltre la soglia massima. E’ sorella di Stefano, deceduto nell’ottobre 2009 in carcere per circostanze ancora sconosciute: da allora lei e la sua famiglia sono un concentrato di energia inesauribile votato a scoprire la verità sulle cause del decesso. Ilaria Cucchi ha risposto alle domande di Enrico Mentana prima che su La7 venisse trasmesso 148 Stefano, mostri dell’inerzia, il documentario che ne racconta la vicenda. Quando è cominciato s’era vicini alla seconda serata, molti padri e molte madri, atipicamente connessi a La7 proprio per il film (questo è un fatto importante), erano già sprofondati in un sonno da divano. E’ bene che Mentana tenti di rivedere i tempi in occasione dei film cronaca, se non altro perché rischia parecchie diserzioni a visioni che richiedono impegno e concentrazione.

Evitare la superficie – Le domande del giornalista non sono state molto tenere, voleva raccontare la persona di Stefano Cucchi perché era giusto farlo, anche se ai fini giudiziari specifici i vizi e le virtù del ragazzo non servono a nulla. Non si parla di qualcosa che è probabile lui abbia fatto, ma che avrebbe semplicemente subito. Tuttavia il desiderio di conoscerlo, seppur da lontano, è irrefrenabile: per curiosità puramente umana e perché si cerchi di far capire quanto la famiglia di Stefano Cucchi non negasse la verità delle sue difficoltà, dei suoi problemi di tossico dipendenza e tutto ciò che ne derivò. Sono fattori ininfluenti se relazionati all’ipotesi che Cucchi sia morto perché percosso, maltrattato e lasciato alla totale incuria in carcere. Contaminare queste ipotesi con l’accenno alla sua dipendenza è una prodezza demagogica della quale possono vantarsi solo soggetti del calibro del senatore Giovanardi.

Premessa doverosa – Il documentario necessitava quella prefazione in ogni caso, pur a fronte del dispendio di tempo e orari non proprio consoni: la questione non la conoscono tutti, se non per sommi capi e molti, fino a che non l’abbiano conosciuta, hanno forse giudicato il fatto stesso con lo spirito del suddetto senatore. Non è da escludere che le ancora ipotetiche aggressioni gratuite a Stefano Cucchi da parte di agenti penitenziari (o chi altro), trovassero il loro principio in questo pregiudizio, questo limite culturale a non saper andare oltre una certa apparenza. Personalmente, aldilà della verità che sarà accertata o meno, ringrazio Ilaria Cucchi e chi, come lei, combatte, per aver superato il timore dell’ammissione di un fratello problematico a beneficio di una presa di coscienza collettiva su un problema molto più grave. Da solo, come forse tanti altri, mi sarei arrestato ai limiti delle ombre proiettate sulla parete della mia caverna.

Obblighi di riflessione – Indipendentemente dagli esiti del processo, è certo che gli agenti, coloro che hanno incontrato Stefano Cucchi nei suoi ultimi giorni di vita, abbiano dimostrato incompetenze, incapacità e lacune gravi nel proprio lavoro. Il dramma, come nel caso dei fatti alla scuola Diaz, lascia sempre troppo poco spazio alla discussione in merito alle modalità di formazione e, soprattutto, selezione delle forze dell’ordine. E’ ragionevole che accada, perché il dramma può smuovere più coscienze, ma questa riflessione si porrà, prima o poi, senza soluzione di continuità, come necessaria.

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