Così è morta Samia: le immagini del dramma Mondo

Così è morta Samia: le immagini del dramma
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L’ultima corsa dell’atleta somala, uccisa dal mare mentre tentava con una piccola baca di arrivare nel nostro Paese. Il medico rivela: “Samia era incinta”

Così è morta Samia: le immagini del dramma 3

il corpo senza vita di Samia

Il dottor Giuseppe Saviano ha scoperto molte settimane dopo il nome e la storia di quel volto. Lei, la giovane che ha perso la vita per inseguire una terra che non vedrà mai, era Samia Yusuf Omar, l’atleta somala che gareggiò anche alle Olimpiadi di Pechino.

Quel viso finalmente rilassato, quasi sorridente, come chi, dopo tanto patire, riacquista la tranquillità solo quando la vita è ormai sfuggita di mano. Distesa in terra nel pozzetto dell’unità della Guardia costiera. In posizione fetale come se dormisse placida. Come una bambina, come una giovane Madonna mostra l’ultima sua foto.

Paradossi – racconta un reportage del quotidiano “Il Mattino” – che nemmeno la medicina e la scienza sono riusciti mai a spiegare. Sono gli ultimi attimi, è l’alba del 17 marzo, di Samia Yusuf Omar che ha compiuto 21 anni due giorni prima. Li festeggiati in mezzo al Mediterraneo stipata dentro un gommone di nemmeno nove metri assieme a una sessantina di persone. È partita dalle coste della Libia il 13 marzo e arriva, ormai in coma depassé, a 87 miglia a sud di Lampedusa.

Pochi minuti prima dei soccorsi, purtroppo, che coordina Saviano, ufficiale medico del sovrano ordine di Malta, che ha passato anni tra missioni all’estero e pronto soccorsi di frontiera nel napoletano. Ne ha viste di cose e di morti ma rimane colpito da quel viso quasi sorridente. Morirà da lì a poco Samia assieme ad altri 4 giovani compagni di viaggio, tutti sepolti il giorno dopo, senza nome, nel cimitero di Lampedusa mentre in paese si festeggia il precetto pasquale.

Samia, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta in povertà, è la giovane maratoneta che riesce a qualificarsi nella gara dei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima ma corona un sogno. Poi nulla sino al 19 agosto scorso quando a Mogadiscio Abdi Bile, suo connazionale e medaglia d’oro nell’atletica, racconta che Samia è morta, agli inizi di aprile, su un barcone diretto verso l’Italia. Voleva venirsi ad allenare in Europa, come dirà una sua amica? No, era incinta di almeno 4 mesi e in gravidanza è partita almeno il 3 marzo come racconterà chi con lei ha viaggiato. Più che le prossime prove olimpiche sognava per il suo bambino un futuro migliore. Non una vita come la sua che il padre non lo conoscerà mai perché ucciso da un colpo di mortaio durante la guerra civile e la madre è costretta a fare i lavori più umili. Non ce l’ha fatta a cambiare però la rotta della sua vita e nemmeno quella di suo figlio.
E si ritorna al 17 marzo quando Saviano viene svegliato nel cuore della notte e con la Guardia costiera raggiunge il barcone nelle acque internazionali dopo oltre 5 ore di navigazione.

«A bordo erano tutti somali ed eritrei. Due donne incinte, tre ragazzini e 5 ventenni che muoiono nel modo più atroce: affogati e schiacciati dai compagni di viaggio nel ventre ormai molle di quel gommone sgonfio». Samia muore così e Saviano, che le Olimpiadi di Pechino manco le ha viste, rimane colpito e impressionato da quel volto.

«Quello sguardo, quella posizione fetale mi ha toccato, colpito. In 30 anni di lavoro di frontiera di morti ne ho visti. Ma quella morte, quel viso, non riuscivo a levarmeli dalla testa. Poi solo due settimane fa, leggendo il giornale ho capito chi era».

«Samia è stata la prima persona che abbiamo soccorso. Già rantolava e non aveva più riflessi pupillari: stava morendo. L’abbiamo messa in sicurezza ma non c’è stato nulla da fare. Alcuni avevano gravi ustioni caustiche perché si erano rovesciate addosso le taniche di benzina per il viaggio e il sole aveva fatto il resto. Lei invece era morta per annegamento probabilmente, schiacciata nel fondo della carretta. Ed era incinta di almeno 4 mesi. Per settimane non ho fatto che pensarci….».

«Ho provato ad informarmi se aveva parenti ed amici, nessuno però la conosceva. E io per settimane ho pensato a questa donna senza nome, ai suoi compagni di viaggio sepolti a Lampedusa. Ora però quel viso ha un nome».

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