Disoccupazione, l’altra faccia di un sistema schiavista Economia, Società

Disoccupazione, l’altra faccia di un sistema schiavista
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I media ci bombardano ogni giorno sulla disoccupazione ma la psicosi rafforza il sistema dominante. Va intesa come opportunità di liberazione dall’economia del debito

Charlie Chaplin in Tempi Moderni

Charlie Chaplin in Tempi Moderni

Il numero dei disoccupati sta crescendo a dismisura sia in Italia che nel resto del mondo. Il recente rapporto annuale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, uscito alla fine di aprile, prevede percentuali da capogiro. Il rapporto segnala oltre 200 milioni di disoccupati con un trend in continua crescita. In Italia i dati sono confermati più che mai. Si parla di aspetti che ormai conosciamo bene. Prima di tutto c’è l’evidenza del fallimento delle politiche di austerità che tutti i governi, compreso il nostro, si accaniscono tragicamente a perseguire. Inoltre crescono anche i posti di lavoro temporaneo e precario. L’impatto sui giovani si sta rivelando addirittura catastrofico e la povertà e la disuguaglianza sono in progressivo aumento dappertutto.

Il malcontento popolare e le agitazioni sociali sono diventate un’emergenza perenne di ordine pubblico, con la drammatica prospettiva che questa cosiddetta crisi sia destinata a durare a lungo e a peggiorare. Aggiungiamo il fatto che i dati ufficiali riportati sono tenuti artificialmente bassi rispetto a quelli effettivi, perché non si considerano i lavori precari e la parte di popolazione che ha rinunciato a cercare lavoro.

Come ciliegina sulla torta il rapporto aggiunge: “E ‘improbabile che l’economia mondiale crescerà a un ritmo sufficiente nei prossimi due anni, sia per chiudere il deficit esistente dei posti di lavoro, sia per fornire occupazione agli oltre 80 milioni di persone che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro”. Pur condannando le politiche di austerità adottate dalla maggior parte dei paesi industrializzati, il rapporto non riesce bene ad identificare una via d’uscita a questa situazione. Si limita a consigliare un’economia migliore per avere un lavoro migliore, ma di fatto resta ancorato nei parametri tradizionali di un’economia basata sul debito, ossia sul privilegio e l’avidità da parte di pochi individui e paesi, che generano automaticamente guerre, disastri ecologici, malattia e terrore.

Se rimaniamo all’interno dell’economia esistente è ovvio che non può esserci via d’uscita. Come alcuni dicono, la crisi è sistemica. E’ strutturale! O si cambia l’intero edificio istituzionale ed economico su cui si regge l’attuale sistema dominante o non se ne esce. Non si tratta di cambiare le persone al governo, cambiare partito o elaborare nuove alchimie legislative del mercato del lavoro. Possiamo essere certi che questi tentativi confermeranno lo status quo e serviranno solo a prolungare la vita della casta dominante e quindi ad aumentare il disagio della popolazione.

Parlo di “casta” non per proporne perciò la sostituzione con un’altra, né ad incitare la rivoluzione popolare che deve scendere in piazza. Quale piazza? Quale palazzo attaccare? Quali uomini scegliere? Chi propone ancora questi vecchi rimedi radicati nello scorso millennio è certamente o un manipolatore che vuole approfittare della situazione a proprio vantaggio o un inguaribile idealista velleitario, che ancora non si è reso conto a quale punto siamo e che può arrivare ad essere ugualmente deleterio del manipolatore che mente sapendo di mentire.

Ripeto, se la crisi è del sistema, è il sistema in toto che deve cambiare, come devono cambiare i metodi per costruirne un altro. E’ chiaro che l’iniziativa deve partire dal basso perché nessuno che occupa poltrone prestigiose potrà mai rinunciare ai privilegi acquisiti.

Dal basso significa che dobbiamo comunque essere noi, comuni mortali, a fare qualcosa ma, sia chiaro, non è riunendoci nella lotta di massa che si arriverà da qualche parte, perché anche la lotta prevede una figura di potere che ci sta di fronte con cui ci relazioniamo, sebbene contrastandola, ed a cui forniamo forza e importanza che alla fine la conferma. Prenderà un’altra forma ma la figura resta la stessa.

Quindi la soluzione giusta non arriverà né dall’alto delle istituzioni, né dal basso del popolo riunito in grandi masse. La soluzione sta nel comportamento e nelle scelte di ogni singolo individuo, che eventualmente si relaziona col proprio prossimo, e decide della propria vita e di non alimentare più questo sistema. Questa è la vera soluzione dal basso! Alla fine tanti individui che non alimentano più il sistema causeranno la morte del sistema stesso. Quanto prima questa consapevolezza sarà diffusa tanto prima il sistema crollerà da solo, tracinando con sè tutti coloro che ne hanno voluto approfittare fino alla fine e facendo venire a galla un nuovo sistema che sarà rispondente alle scelte coraggiose di chi se n’è voluto  allontanare.

Mai come in questo momento è indispensabile andare tutti quanti nella stessa direzione per sopravvivere insieme.

Tutto ciò implica che dobbiamo smettere di preoccuparci della crescita della disoccupazione. Anzi, più cresce e più dobbiamo esserne felici! Perché significa che, volenti o nolenti, un numero sempre maggiore di persone è stato estromesso da questo sistema inumano. Continuando invece a ragionare in termini di disoccupazione, non facciamo altro che alimentare questa categoria schiavista su cui il sistema si regge.

Non a caso il sistema parla di mercato del lavoro. Orribile parola! Il lavoro in pratica è trattato come una merce! Ci rendiamo conto di questo? La nostra attività, principio di realizzazione personale, che dovrebbe essere la manifestazione unica e irripetibile della nostra capacità creativa, è massificata al ruolo di merce uguale per tutti, in cui contano le percentuali su cui l’economia dello sfruttamento e del debito provvede ai suoi profitti.

Per renderci conto della portata del cambiamento da attuare, prendo come esempio l’argomentazione che una nota antropologa italiana, Ida Magli, sta portando avanti da molti anni contro la formulazione dell’art.1 della nostra Costituzione. L’art.1 proclama che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Questo articolo risente del fortissimo peso ideologico del periodo in cui è stato scritto, che non solo non è più attuale ma è la base teorica che l’attuale sistema economico ha portato alle sue estreme conseguenze.

In pratica, dicendo che la repubblica è fondata sul lavoro si afferma che il lavoro rappresenta l’essenza dell’uomo! “Nessuno, né operaio, né contadino, né ricco, né povero, né colto, né analfabeta pensa che il lavoro lo domini, lo crei, lo fondi; insomma che sia di più dell’uomo stesso. La trascendenza, o è una divinità, oppure bisogna lasciarla alla natura stessa dell’uomo”. Che tradotto ancora più chiaramente significa: o diciamo che la repubblica è fondata sulla fede in Dio, che sarebbe parecchio discutibile, ma avrebbe comunque una sua dignità di essere perché rispecchia la complessità insondabile del cosmo, o più laicamente diciamo che sia fondata sulla fede nel valore dell’uomo, così almeno si può discutere cosa sia o non sia l’essere umano.

Ma fondarla sul lavoro implica che esso rappresenti la nostra essenza e quindi veniamo automaticamente alienati dalla nostra vera natura per cadere vittime alla mercé di chi il lavoro lo gestisce, perché possiede i capitali necessari per acquisire i mezzi di produzione. In altre parole, secondo la nostra Costituzione o siamo impiegati in qualche complesso produttivo o non siamo niente, siamo annullati della nostra stessa esistenza. Ecco il motivo di fondo per cui siamo ridotti a dare tanta importanza alla disoccupazione, perché si dà per scontato che se sei disoccupato non sei nessuno.

Ida Magli propone semplicemente di togliere quella frase, fondata sul lavoro e di limitare la dichiarazione al fatto che l’Italia è una repubblica democratica, punto. Ma al di là di questo, l’esempio ci aiuta a comprendere la natura sistemica del cambiamento che dobbiamo attuare; un cambiamento che deve coinvolgere, oltre alla struttura economica, anche l’apparato governativo.

In questo momento la consapevolezza sempre più diffusa che la dittatura economica è stata realizzata attraverso la truffa dell’emissione della moneta come debito, ci porta a comprendere che il cambiamento o è radicale o non è vero cambiamento. La sperimentazione che si è avuta negli ultimi decenni in tutto il mondo di centinaia di circuiti comunitari,  che emettono monete locali a credito e non a debito, ha dimostrato chiaramente come può esserci un’alternativa all’attuale economia basata sullo sfruttamento, per produrre senza problemi abbondanza, uguaglianza e dignità per tutti.

Quando ad ognuno, per il fatto stesso di esistere in una certa comunità, si riconosce un periodico sussidio personale di sussistenza, a prescindere che lavori o meno, immediatamente si pone la creatività umana e la sua interazione sociale come valori centrali della vita. Nello stesso tempo ha reso evidente di quanto oggi sia importante rientrare in relazione con il luogo circoscritto in cui si vive e con la comunità che lo abita, per riappropriarsi del controllo dei mezzi primari di sussistenza come acqua, cibo ed energia.

Immediatamente riemergerà anche la centralità del contatto con la natura, nostra madre e maestra di vita. Sappiamo bene che basta uscire anche per poco dai quei caotici centri multimediali indirizzati ormai solo al marketing più estremo, quali sono diventate le nostre città, per renderci conto di una realtà che sarebbe evidente, ma che tentano in tutti i modi di nasconderci ed azzerare.

“La natura esiste da molto più tempo dell’essere umano. Anche senza un sistema finanziario umano, funziona così bene che ha addirittura creato l’essere umano. La natura non conosce la creazione del debito, essa crea la vita per la vita. Per questo motivo non necessita chiedere il pagamento delle tasse per mettere a disposizione le infrastrutture di cui necessitano tutti gli esseri viventi. Nella libertà ogni essere vivente vive secondo la propria naturale inclinazione. Evidentemente la natura non pone delle condizioni. Gli animali vengono obbligati al lavoro forzato solo dopo che l’uomo li ha resi schiavi in cattività. Nessuna pianta e nessun animale reclamano il diritto ad un posto di lavoro. La natura ha creato un opera d’arte che anche gli economisti possono sognare: una crescita ininterrotta in uno spazio ristretto. Questa crescita eterna, questo eterno divenire è connesso con l’eterno scomparire, chiamato ciclo della creazione e della distruzione”.

Quindi, per ritornare al discorso della via d’uscita, questa è la strada per non alimentare più il sistema. Siano i benvenuti quindi tutti quegli aspetti con cui vorrebbero terrorizzarci, ma che invece possono aiutare a ritrovarci come individui a diretto contatto con la necessità di elaborare una strategia personale di sopravvivenza che faccia a meno il più possibile delle manipolazioni del sistema.

In questo senso anche l’esperienza delle comunità di transizione sono estremamente significative e rappresentano una realtà in crescita sempre più presente anche nei nostri confini nazionali, in grado di darci un supporto per la nostra eventuale e beneaugurante uscita, intenzionale o meno, dall’infernale mercato del lavoro.


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