Pussy Riot – Dell’importanza di resistere alla tentazione di farne un brand Mondo

Pussy Riot – Dell’importanza di resistere alla tentazione di farne un brand
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Pussy Riot - Dell'importanza di resistere alla tentazione di farne un brand.

L’ossessiva e metodica ripetizione ha il potere di uccidere qualunque cosa, anche le idee, persino le migliori. Le religioni dogmatiche, le filosofie autoritarie hanno per secoli massacrato concetti di grande potenza filosofica, monumenti-alla-bellezza-del-pensiero, sudate consapevolezze, costringendoli all’interno di vuote tiritere, riti alienanti, dettami assurdi e incomprensibili. Il risultato è stato il massacro di quei pensieri e la conseguente difficoltà di riappropriazione. In un’epoca in cui tutto può essere ricreato e ripetuto (simultaneamente, in milioni di luoghi, migliaia di volte) il rischio di svilire concetti importanti per mezzo di riproduzioni autistiche è dietro l’angolo. Quando si sceglie l’atteggiamento del fedele anche le verità più evidenti assumono l’aspetto ipnotico della tiritera: si fa e si dice qualcosa per coazione a ripetere, ma le parole e le azioni sono vuote di senso, prive di consapevolezza.

Cosa c’entra una riflessione di questo genere con le vicende delle ormai celebri Pussy Riot? Tutto. Scorrendo le notizie degli ultimi giorni appare drammaticamente lampante come Free Pussy Riot rischi di diventare un brand, una moda. Un’idea potente, anticapistalista, anarchica, femminista, ragionata e profonda viene scambiata per il lancio di una nuova tendenza. Madonna ha creduto di rivedere se stessa ai tempi di Like a Prayer, Björk deve aver creduto che l’anticonformismo del collettivo russo potesse rimare col suo, e invece le due star internazionali si sono sentite rispondere che no, che “Pussy Riot” non è solo un gruppo punk, che il loro obiettivo non è approdare al benessere economico per mezzo della musica, che non parteciperanno ai loro concerti perché sono un movimento anticapitalista non una tendenza musicale, che per loro la musica è strumento di protesta e (nella migliore delle ipotesi) di rivolta. La nudità delle artiste/attiviste russe, i loro passamontagna non sono assimilabili ai capezzoli in acciaio della Madonna anni ’80. Checché a molti piaccia credere che l’obiettivo del collettivo sia il sensazionalismo, la fama, le cose stanno diversamente.

Certo fa sorridere leggere di come – persino nella bigotta Italia contemporanea – tanti solidarizzano con le Pussy Riot. Personaggi che credo non abbiano mai pronunciato (neppure in privato) il corrispettivo italiano del termine pussy, personaggi che riconoscono il valore della protesta anti-Putin ma che (ovviamente c’è un però) si affrettano a sottolineare come non sia opportuno offendere la sensibilità dei religiosi, si ritrovano oggi schierati a difendere i valori del collettivo russo. A tratti, quel che sta accadendo con la vicenda delle Pussy Riot ricorda come gran parte della sinistra italiana sia così abile a solidarizzare con il popolo greco quando questo scende in piazza con forza, affrontando la repressione, e sia invece così pronto nella condanna del suo di popolo (quello italiano) quando si batte, ad esempio, contro la TAV.  Le Pussy Riot scatenano la medesima schizofrenia: quasi nessun le conosce e personaggi insospettabili si ritrovano a difenderle, senza badare minimamente alla contraddizione in termini che le loro dichiarazioni scatenano, senza accorgersi che anche loro sono oggetto di disprezzo da parte di collettivi italiani assimilabili (per pratiche e pensiero) alle Pussy Riot. La maggior parte dei sostenitori del mantra Free Pussy Riot inorridirrebbe davanti a una buona metà dei principi per cui le artiste/attiviste russe si battono. Nel migliore dei casi le considererebbero naif, nel peggiore pericolose e – certamente – se la loro performance fosse avvenuta in Italia a sostenerla sarebbero stati in tre, di cui almeno due avrebbero rinnegato se stessi il giorno seguente.

E allora viene da pensare: non è che la ripetizione del mantra, stavolta, serva lo scopo di uccidere l’idea? Non si tratta, necessariamente, di un obiettivo conscio, ma rischia di realizzarsi in ogni caso. Il bisogno di esempi da seguire, di guide, di incantatori di folle, di incarnazioni semi-divine di una qualche forma di Resistenza alla fatica dei tempi, la spinta ad aderire a un disegno “più grande” potrebbe tradursi nell’assassinio del seme stesso del cambiamento. “Lo dicono tutti quindi è sbagliato, è troppo facile”. La banalizzazione è dietro l’angolo. Già si sentono le eco di voci che snobbano, ridimensionano, relegano la protesta delle Pussy Riot a mera operazione di marketing. Se cedessimo alla tentazione di brandizzare il marchio Pussy Riot stampandolo sulle magliette, ripetendolo meccanicamente, rinunciando alla piena consapevolezza di quel che andiamo sostenendo, lo trasformeremmo in moda, in un pacchetto di lemmi che diventa cornice di uno spazio vuoto.

Il processo è già cominciato. Un esempio?

Qualche giorno fa, un uomo di trentotto anni uccide la sua compagna e la madre di lei dopo una lite. Poi pensa bene di posizionare i corpi delle due vittime di modo che formino il numero 69, quindi scrive: Free Pussy Riot sul muro della stanza. La speranza era quella di depistare le indagini, segnalando un possibile omicidio “sacrificale” in favore della liberazione delle artiste anti-Putin (condannate a due anni per vandalismo e istigazione all’odio religioso). L’assassino ha quindi preso in prestito un brand, lo ha trasformato in credo religioso e ha sperato così di modificare (almeno agli occhi dell’opinione pubblica) il senso di un’azione che risulta violentemente contraria ai principi veicolati dal movimento femminista e anti-capitalista russo.

Sting, Madonna, Paul McCartney, Yoko Ono credono (o almeno hanno creduto) che le Pussy Riot fossero parte del loro sistema iconografico, del loro brand; hanno creduto che la loro richiesta fosse quella di essere adottate dallo star-system-socialmente-impegnato per poter parlare ai loro fan e poter (anche) dire alcune cose sul mondo in cui viviamo, sullo stato di cose, sulle storture del mondo. Peccato che quello delle Pussy Riot sia un movimento anarchico e che quindi, per definizione, non riconosca alcun valore allo star system; un movimento che si interessa prioritariamente di cose come: denunciare crimini politici, costruire un mondo più giusto, scardinare i sistemi di potere; la musica è veicolo per il lancio di messaggi politici e non viceversa. Non viceversa.

Qualcuno già obietta: “ma servirsi della notorietà per dire cose in cui si crede, veicolare messaggi positivi, non è sbagliato”. No, non è sbagliato. Non è neanche giusto, però. Certo, si potrebbe far finta di niente, navigare nell’oro e basta, arricchirsi senza voltarsi a guardare la gigantesca porzione di mondo che agonizza, ma osservare l’eterna contraddizione dell’abitante della serie A del pianeta che vuole solidarizzare con i cittadini della serie Z, dopo un po’, diventa irritante, a tratti rivoltante. Questo non significa che bisognerebbe svestirsi delle ricchezze e, franceschianamente, andare per il mondo nudi tra gli ignudi, significa soltanto che ci vuole il coraggio di aderire fino in fondo alle proprie scelte, con onestà intellettuale; e significa che se non si ci riesce è quantomeno offensivo dare per scontato che nessuno possa farlo. Le Pussy Riot, finora, ci sono riuscite: mantenendo l’anonimato, non lasciandosi sedurre da quella forma di potere che fa appello alla vanità, e ora chiamano a raccolta quanti – nel mondo – leggono la realtà nei loro stessi termini e vivono di conseguenza. Lo star system (così come l’intera business class del pianeta) non rientra nei destinatari dell’appello. Se ne facciano una ragione. Questo è uno dei pochi carri su cui non possono saltare. Per ora.

“Chi dice di combattere una dittatura dall’interno è già complice”. 

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