Nuovo vento di guerra tra Cina e Giappone Mondo

Nuovo vento di guerra tra Cina e Giappone
0 votes, 0.00 avg. rating (0% score)
Plusone Facebook Pinterest Twitter Email




Si ripetono le manovre militari al largo delle isole Diaoyu/Senkaku da tempo “contese” dai due Paesi
Nuovo vento di guerra tra Cina e Giappone 3

tensione tra Giappone e Cina

Sale la tensione tra Cina e Giappone sulle isole contese di Diaoyu/Senkaku. Sei motovedette di Pechino sono entrate nelle acque attorno all’arcipelago per quella che il ministro degli Esteri cinese ha definito come una prima missione di pattugliamento “per proteggere i propri diritti marittimi”.

“Riflette la nostra giurisdizione sulle isole Diaoyu”, ha detto un portavoce riferendosi al nome cinese dell’arcipelago che si trova in prossimita’ di Taiwan.

Immediata la replica giapponese. “Abbiamo presentato una dura protesta e abbiamo chiesto alla parte cinese di lasciare le acque territoriale attorno alle isole Senkaku”, ha dichiarato il ministro degli Esteri nipponico, Koichiro Gemba, in una conferenza stampa a Sydney.

La tensione attuale tra la Cina e il Giappone, la terza economia, viaggia veloce su un gruppo di isolotti e scogli chiamato Diaoyu in cinese e Senkaku in giapponese corre il rischio di far saltare i nervi a tutta la regione, per poi pregiudicare il commercio e lo sviluppo ben al di fuori della regione stessa.

Non è la prima volta che c’è attrito tra Pechino e Tokyo sulle isole, ma la situazione attuale è diversa rispetto al passato. Le crisi precedenti avevano coinvolto navi da pesca o manifestanti della Cina continentale. Ciò metteva Pechino in una posizione di debolezza agli occhi dell’opinione pubblica internazionale: era un problema tra una democrazia (il Giappone) e un regime autoritario (la Cina), quindi era praticamente scontato che il mondo e la regione avrebbero parteggiato per la prima.

Questa volta, però, la controversia riguarda i manifestanti che si sono recati alle isole da Hong Kong e che hanno ricevuto un certo sostegno da Taiwan. Hong Kong, anche se non è una democrazia, è un territorio libero, e il suo pubblico non è controllato da Pechino. In effetti alcuni dei manifestanti hanno affermato di essere patriottici, anche se non sostenitori del Partito comunista (Ccp) al potere. Taiwan è una democrazia matura. Le ultime manovre attorno a queste isole quindi non sono un atto di aggressione contro una democrazia, ma qualcosa che consolida l’opinione pan-cinese, al di là dei confini della Repubblica popolare, su un delicato tema territoriale.

In altre parole, la posizione di Tokyo è più debole che in passato, ed è probabile che continuerà a indebolirsi se non saranno risolti i problemi di confine, in particolare con la Corea del Sud, ma anche con la Russia, ancora una volta su alcuni isolotti [carta].

Può darsi che si sia trattato di un piano ben congegnato da parte di Pechino per mobilitare l’opinione pubblica a Hong Kong e Taiwan e poi fare pressione su Tokyo. Se è così, Pechino ha fatto un passo avanti nella sua capacità di mobilitare la diplomazia strategica e l’opinione pubblica, e ora ha esteso la propria influenza su delicate questioni nazionali dell’isola – di fatto indipendente – di Taiwan.

Questa influenza su Taiwan gioca contro Tokyo in un altro modo. Taiwan, dove nel 1949 il governo nazionalista fuggì dalla Cina continentale dopo essere stato sconfitto dai comunisti, è sempre stato un avamposto degli Stati Uniti in Asia. I nazionalisti cinesi erano alleati degli americani contro i giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Le oscillazioni dell’opinione pubblica a Taiwan sulle Senkaku gettano qualche dubbio sul supporto che Tokyo può ricevere da Washington sulla questione.

Paradossalmente, la disputa sui confini con il Giappone potrebbe accorciare la distanza tra Cina e Stati Uniti. In verità, gli americani sono estremamente attenti a tutte queste polemiche in uno dei mari più trafficati del mondo, e sono ancor più preoccupati dalla crescente presenza militare della Cina nella regione. Ma gli attuali sviluppi creano una situazione in cui per Washington non è facile prendere una posizione, perché deve scegliere tra due vecchi alleati, Taiwan e Giappone, mentre un terzo alleato, la Corea del Sud, è sempre più riluttante a partecipare a un’ennesima alleanza per difendere solo qualche isolotto.

L’altra possibilità è che Pechino non abbia ordito un complotto, ma sia solo salita sul carro della protesta avviato dagli attivisti di Hong Kong.

In ogni caso, gli eventi dimostrano che la questione nazionale, in particolare per quanto riguarda il Giappone – il nemico della Cina nella seconda guerra mondiale, un odio antico che non è mai stato messo da parte – è fondamentale per il popolo cinese, anche per chi non è sotto il controllo di Pechino. Se questo scenario ha creato una situazione del genere con il Giappone, potrebbe accadere lo stesso con il Vietnam e le Filippine per quanto riguarda le altre isole contese del Mar Cinese Meridionale.

In altre parole, la difesa del territorio – in questo caso un tratto indefinito di mare – potrebbe avere un forte appeal popolare a Taiwan e creare un sentimento pan-cinese, capace di estendersi alle minoranze cinesi che dominano le economie di molti paesi del Sud-Est asiatico. Questo complicherebbe ulteriormente la già complessa geografia politica della regione.

Per ora, infatti, l’impatto reale della crisi è stato sul commercio e sull’economia regionale. Ma tutti i protagonisti coinvolti ora devono cercare di tenere a freno l’opinione pubblica al fine di evitare ulteriori incidenti e una spirale di tensioni crescenti. Ciò non sarà facile. Anche nella Cina autoritaria, la libertà crescente di Internet rende i “giovani arrabbiati” (la rete di militanti nazionalisti cinesi) difficili da controllare per Pechino. Inoltre, in assenza di una qualche forma di compromesso, anche se la tensione questa volta calerà, come è probabile, la prossima volta potrebbe esplodere più violentemente.

Ci sono due questioni che riguardano il Giappone. Da un lato, affrontando le questioni territoriali nipponiche da una prospettiva europea, è strano che Tokyo, sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale (un conflitto avviato a causa di ambizioni territoriali) abbia ancora dei contenziosi con i suoi vicini. Sarebbe molto difficile per la Germania o l’Italia, alleati del Giappone in quella guerra, discutere con i loro vicini di confini senza destare un muro di sospetti e risentimenti.

Ma la storia del dopoguerra in Europa e in Asia è stata diversa. Al Giappone è stato permesso di mantenere il suo imperatore; il paese è stato presto impiegato come una base attiva dagli americani nella guerra di Corea nel 1950, e molte questioni territoriali sono state lasciate in sospeso. La Cina in genere contesta l’idea diffusa che il Giappone sia stato sconfitto non dai cinesi ma dagli americani nella seconda guerra mondiale, e che, al momento della resa nipponica agli Usa, Tokyo controllasse un territorio che ospitava due terzi della popolazione cinese.

Questi fatti non si sono tradotti nella gratitudine di Pechino agli Stati Uniti, visto che la Cina nel frattempo era diventata comunista e si era alleata con il nemico dell’America nella guerra fredda, l’Urss; così la Prc ha dovuto cancellare il contributo del nuovo nemico alla vittoria. Ciò a sua volta ha spinto gli Stati Uniti a usare il Giappone come una pedina del più ampio containment anti-comunista e per decenni ha lasciato alla destra nipponica il margine di manovra per tenere in vita i sogni del vecchio impero giapponese.

D’altra parte, i vicini del Giappone, tra cui la Cina, hanno sistematicamente minimizzato l’enorme contributo di Tokyo alla pace e allo sviluppo della regione, spesso considerandolo come una sorta di riparazione dei danni della guerra.

Non pare che Tokyo o i suoi vicini abbiano intenzione di riconsiderare i rispettivi punti di vista; ciò non farà altro che complicare questioni come la controversia sulle Senkaku e potrebbe aumentare l’incertezza riguardo alle frontiere marittime. Nei giorni scorsi i media cinesi hanno riferito che anche la Russia ha intensificato le missioni di pattugliamento navale vicino alle isole contese con il Giappone. Si tratta di un messaggio che intende placare i giovani arrabbiati cinesi, visto che Pechino non vuole essere trascinata in un conflitto che potrebbe danneggiare il suo sviluppo economico. Il messaggio è: non preoccupatevi, non siamo solo noi, molti altri paesi sono preoccupati e si stanno arrabbiando con i giapponesi, non c’è bisogno di essere i primi a iniziare una guerra.

Questo dimostra anche che la Cina è il paese che ha più da perdere in un attrito prolungato su questi temi. Pechino ha bisogno di uscire da questo vicolo cieco, per costruire una maggiore fiducia con gli Stati Uniti, che potrebbero aiutare a trovare soluzioni a queste crisi, come hanno detto alcuni esperti cinesi ad agosto in una conferenza ad Aspen, Colorado.

Un ex diplomatico Usa ha risposto che le rivendicazioni sulle isole, dopo tutto, potrebbero non essere un problema enorme, ma perchè la Cina non presta più aiuto sul delicato tema della Corea del Nord? Ciò potrebbe creare maggiore fiducia tra Pechino e Washington, e potrebbe anche contribuire a smussare le questioni marittime.


Plusone Facebook Pinterest Twitter Email
Nuovo vento di guerra tra Cina e Giappone
0 votes, 0.00 avg. rating (0% score)